Il libro non si giudica dalla copertina

Nel secolo XVII quando viene pubblicato “anonimo”, benché ben si conoscesse l’autore, il Tractatus spinoziano fu il libro più venduto dalle librerie ( allora carretti portati dai librai in giro per l’Europa ).   Un libro messo sull’Indice dei Libri Proibiti che oggi sappiamo essere il più diffuso del 1600.                      Come fu possibile questo?     Alla dogana dell’epoca si controllavano i libri solo dalla copertina, ed i librai le sostituivano, strappavano le vere per metterne altre. Il Tractatus non ha mai avuto all’epoca la propria vera copertina: ecco che “non si giudica un libro dalla copertina”

La nausea

Una sensazione, quella della nausea, che colpisce Antoine Roquentin ma che colpisce al tempo stesso tutti più volte nella vita:

“Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare… Ecco la nausea”

Dopo aver viaggiato a lungo, Antoine si stabilisce a Bouville, in uno squallido albergo vicino alla stazione. La sera, siede al tavolo di un bistrot ad ascoltare un disco, sempre lo stesso: Some of These Days. La sua vita ormai non ha più senso: il presente è sempre più sommerso da una sensazione dolce e orribile, insinuante, che ha nome Nausea.  E’ stato Roquentin ha cambiare? O è stato il mondo? Il primo giorno di primavera, capisce il senso della sua avventura: la Nausea è l’Esistenza che si svela – e non è bella a vedersi, l’Esistenza La sua solitudine lo porta a comprendere che è l’uomo a dare costantemente un senso nobile e alto alla propria esistenza. Questa consapevolezza porta il protagonista ad esser nauseato di sé stesso e del mondo che lo circonda.       “Quando si vive non accade nulla. Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto. Non vi è mai un inizio. I giorni si aggiungono ai giorni, senza capo nè coda, è un’addizione interminabile e monotona. Di tanto in tanto si fa un totale parziale: si dice: ecco, sono tre anni che viaggio, tre anni che sono a Bouville. E nemmeno vi è una fine, non si lascia mai una donna, un amico, una città tutto in una volta. E poi tutto si assomiglia: Sciangai, Mosca, Algeri, in capo ad una quindicina è tutto uguale. Una volta ogni tanto -raramente- si fa il punto, ci si accorge che ci si è appiccicati ad una donna, impelegati in una sporca faccenda. La durata d’un lampo. Poi la sfilata ricomincia, ci si rimette a fare l’addizione dei giorni. Lunedi, martedi, mercoledi. Aprile, maggio, giugno. 1924, 1925, 1926. Vivere è questo.”  Un uomo è un narratore di storie ci ha detto Sartre, e possiamo dire il perché: raccontando cerca di dare senso agli istanti che normalmente si ammucchiano a casaccio, sono ghermiti dalla fine della storia che li attira, e ciascuno di essi attira a sua volta l’istante che lo precede; le frasi gettate negligentemente con un’apparenza superflua (“Annotava, la strada era deserta.”) diventano informazioni di cui comprenderemo il valore in seguito e quindi ce le mettiamo da parte. Dimentichiamo che l’avvenire non c’era ancora; quel tale passeggiava in una notte senza presagi, che gli offriva alla rinfusa le sue ricchezze monotone, ed egli non sceglieva. Nei racconti riusciamo ad avere inconsciamente una visione del tempo come quella dei Tralfamadoriani del libro di Vonnegut che lo vedono come noi potremmo vedere un tratto delle Montagne Rocciose: non cambia, è e basta, siamo tutti come insetti nell’ambra. Antoine avrebbe voluto che i momenti della sua vita si susseguissero e s’ordinassero come quelli d’una vita che si rievoca e abbandonandosi un’ultima volta sulle note di Some of the Days, mentre il disco gira, intravede una possibilità, un’esile possibilità di accettarsi.

Aspettando la giornata Mondiale della Filosofia

In ogni secondo della nostra vita ci sono migliaia di stimoli di cui non siamo e non possiamo essere coscienti perché altrimenti non riusciremmo neanche a vivere. Il cervello non è altro che un creatore di ipotesi: ci prepara ( mente e corpo ) ad ogni evenienza. Se, per esempio, siamo in macchina e stiamo guidando, a nostra insaputa ( siamo coscienti di qualcuna delle ipotesi che costantemente il cervello crea ) questo potrebbe ipotizzare che una macchina a tutta velocità ci tagli la strada, degli elefanti ci taglino la strada, che il freno non funzioni più, che delle mucche viola con le ali sorvolino la strada, che la strada ad un certo punto non ci sia più e una navicella ci porti su Tralfamadore.  Quando assaggiamo la pasta il cervello ipotizza, tra le altre, che scotti, e ha già preparato un sistema in grado di allontanare subito dalle labbra il nostro maccherone (l’ipotesi ha riscontro nella realtà e ci permette di proseguire nei nostri gesti); altrimenti saremmo rimasti come degli allochi per un secondo in più e ci saremmo ustionati. Tutte le parole che sto utilizzando adesso (non ragionate sul fatto che scrivo dal passato nel presente) impregnati come siamo della retorica di relazione fra mente e corpo, noi immaginiamo che ci sia una mano invisibile nella testa che mi porta le parola davanti agli occhi e io scelgo quale utilizzare; ma le cose non stanno affatto cosi, tutte le ipotesi che il cervello ha messo in atto e il mio stato psicofisico hanno prodotto di fatto le condizioni che il mio cervello mantiene vive per permettermi di digitare le parole più adatte ( scelta già avvenuta prima che io me ne rendessi conto: la mente è quell’istante in cui ci rendiamo conto di quello che è appena accaduto).  Quando abbiamo a che fare con le emozioni siamo abbastanza comodi nell’ammettere che non ne abbiamo il controllo: se ci accorgiamo che una persona ci sta sul cazzo,  c’è poco da fare, non è che penso “però non è il caso che mi stia sul cazzo”; cosi come se ci innamoriamo… piano piano prendiamo coscienza di quello che sta accadendo; l’unica cosa che posso decidere di fare è far finta che io non sia innamorato ( magari quella persona ci sta sul cazzo… si, perché ci innamoriamo anche delle persone che ci stanno sul cazzo ). Sulle scelte che facciamo per mangiare, lo sport che pratichiamo, quello che prendiamo al ristorante, invece, siamo certi che ci sia un momento in cui ci fermiamo, valutiamo tutte le strade e decidiamo cosa sia meglio per noi ( quello che ci ha portato a considerare mente e corpo come due cose nettamente distinte ). Questo avviene prima di tutto per un’autodifesa (abbiamo bisogno di credere che prendiamo una scelta in un momento di libertà); non posso sopportare l’idea che io scelgo tutto con lo stesso meccanismo selettivo con cui si sviluppano i sentimenti… e oltretutto tradisco una sensazione che effettivamente ho: il momento in cui il mio cervello si ferma, sceglie e riparte (momento che non è mai avvenuto). In realtà l’illusione della scelta, il cervello se la fa quando arriva, quando ragiona su quello che è appena avvenuto.

Epistassi

Oggi un po’ del mio sangue ha deciso di staccarsi da me, di allontanarsi; che separarsi da me fosse meglio. O forse il corpo voleva solo rammentarmi di cosa sono fatto: sangue; non me lo ricordavo. Comunque sia, il sangue è colato quasi ininterrottamente con delicatezza, come se qualcosa di me avesse deciso scientemente che le cose sarebbero dovute andare in questo modo. Ho cercato di capire questo qualcosa e mi sono rasserenato: se lui non si riconosce in quello che non so di essere ma che sono, è giusto che abbia la possibilità di riversarsi nelle tubature del mio lavandino e cioè di nullificarsi; tanto quando faceva parte di me si sentiva esattamente cosi.                                    Dopo aver lasciato cozzare il sangue contro il lavandino, sono rimasto ipnotizzato dallo spettacolo di infinita tristizia che avevo sotto gli occhi: un quadro fatto di schizzi di sangue che abbracciano il lavandino come se lo conoscessero da sempre, perché da sempre il lavandino è utile a togliere di dosso le estraneità; e appena ne ha occasione, prende con avidità i nostri scarti, ne fa tesoro.

Lavandino mio, oggi non son venuto a cacciar lo straniero, è lo straniero che è nato in me, che ha preso coscienza di sé e se n’è andato: per una volta ho cercato di capirlo e lui mi ha capito.