La nausea

Una sensazione, quella della nausea, che colpisce Antoine Roquentin ma che colpisce al tempo stesso tutti più volte nella vita:

“Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare… Ecco la nausea”

Dopo aver viaggiato a lungo, Antoine si stabilisce a Bouville, in uno squallido albergo vicino alla stazione. La sera, siede al tavolo di un bistrot ad ascoltare un disco, sempre lo stesso: Some of These Days. La sua vita ormai non ha più senso: il presente è sempre più sommerso da una sensazione dolce e orribile, insinuante, che ha nome Nausea.  E’ stato Roquentin ha cambiare? O è stato il mondo? Il primo giorno di primavera, capisce il senso della sua avventura: la Nausea è l’Esistenza che si svela – e non è bella a vedersi, l’Esistenza La sua solitudine lo porta a comprendere che è l’uomo a dare costantemente un senso nobile e alto alla propria esistenza. Questa consapevolezza porta il protagonista ad esser nauseato di sé stesso e del mondo che lo circonda.       “Quando si vive non accade nulla. Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto. Non vi è mai un inizio. I giorni si aggiungono ai giorni, senza capo nè coda, è un’addizione interminabile e monotona. Di tanto in tanto si fa un totale parziale: si dice: ecco, sono tre anni che viaggio, tre anni che sono a Bouville. E nemmeno vi è una fine, non si lascia mai una donna, un amico, una città tutto in una volta. E poi tutto si assomiglia: Sciangai, Mosca, Algeri, in capo ad una quindicina è tutto uguale. Una volta ogni tanto -raramente- si fa il punto, ci si accorge che ci si è appiccicati ad una donna, impelegati in una sporca faccenda. La durata d’un lampo. Poi la sfilata ricomincia, ci si rimette a fare l’addizione dei giorni. Lunedi, martedi, mercoledi. Aprile, maggio, giugno. 1924, 1925, 1926. Vivere è questo.”  Un uomo è un narratore di storie ci ha detto Sartre, e possiamo dire il perché: raccontando cerca di dare senso agli istanti che normalmente si ammucchiano a casaccio, sono ghermiti dalla fine della storia che li attira, e ciascuno di essi attira a sua volta l’istante che lo precede; le frasi gettate negligentemente con un’apparenza superflua (“Annotava, la strada era deserta.”) diventano informazioni di cui comprenderemo il valore in seguito e quindi ce le mettiamo da parte. Dimentichiamo che l’avvenire non c’era ancora; quel tale passeggiava in una notte senza presagi, che gli offriva alla rinfusa le sue ricchezze monotone, ed egli non sceglieva. Nei racconti riusciamo ad avere inconsciamente una visione del tempo come quella dei Tralfamadoriani del libro di Vonnegut che lo vedono come noi potremmo vedere un tratto delle Montagne Rocciose: non cambia, è e basta, siamo tutti come insetti nell’ambra. Antoine avrebbe voluto che i momenti della sua vita si susseguissero e s’ordinassero come quelli d’una vita che si rievoca e abbandonandosi un’ultima volta sulle note di Some of the Days, mentre il disco gira, intravede una possibilità, un’esile possibilità di accettarsi.